L'APPROVVIGIONAMENTO IDRICO Anticamente, l'unica acqua a disposizione per i vari bisogni della casa era quella piovana, raccolta nell’impluvio dell'atrio, da dove poi fluiva in una cisterna sottostante. Una lastra di pietra quadrangolare con un canaletto di scolo ed un foro al centro faceva da chiusino alla cisterna, nel fondo stesso della vasca o presso uno dei lati brevi.
Essendo l'acqua un bene prezioso ed insostituibile, in molte città si scavarono pozzi profondi diverse decine di metri per arrivare alla falda delle acque sorgive; e soprattutto, col passare del tempo, si cercò di nazionalizzare la raccolta dell'acqua. Comparvero cosí nelle case nuove cisterne, distribuite presso la cucina o nelle vicinanze di giardini e cortili, ano scopo di raccogliere l'acqua stillante dalle grondaie. Molto spesso tutti questi serbatoi erano in comunicazione fra di loro, consentendo in tal modo una certa circolazione, e quindi depurazione, dell'acqua. L'eccedenza andava a scaricarsi in strada mediante canaletti di scolo. Per la raccolta ci si serviva di pozzi, spesso ispezionabili, in prossimità dei bacini di raccolta.
Un bell’esempio di questo sistema di approvvigionamento idrico si trova nella Casa del Criptoportico, a Pompei, ove sono presenti ben tre grandi cisterne, di cui la maggiore è lunga quasi 5 metri e profonda 3,30. Naturalmente, però, quest'acqua non era potabile ed occorreva farla bollire prima dell'uso. Veniva invece tranquillamente usata per il bagno. Attinta dal pozzo per mezzo di una carrucola che sollevava la secchia, se ne riempiva un piccolo castellum aquae, costituito da una vaschetta spesso di piombo, collocata su un pilastro o una colonna accessibile per mezzo di alcuni gradini.
Allo stesso modo si sopperiva a tutte le necessità della vita quotidiana. Sempre mediante il sistema di serbatoi opportunamente sopraelevati e di tubazioni che permettevano all’acqua di arrivare ove occorreva, si alimentavano i vari rubinetti dell'acqua fredda, mentre per quelli dell'acqua calda ci si serviva di condotti sotterranei che arrivavano direttamente alla caldaia del praefurnium, il forno che serviva anche per il riscaldamento.
Nella Villa della Pisanella, presso Boscoreale, è stato trovato un impianto che rappresenta un sistema molto avanzato di distribuzione idrica. Un condotto proveniente dal serbatoio principale della casa portava l'acqua ad una vaschetta posta in cucina su pilastri in muratura. Di qui partiva un tubo per l’erogazione dell’acqua fredda alla cucina; un altro, regolato da una chiave di bronzo, si dirigeva verso la caldaia; un terzo era diviso in due rami, di cui uno, con chiave d'arresto, veniva usato sia per la caldaia che per rifornire d'acqua fredda il catino del bagno; l'ultimo aveva anch'esso due rami, uno sempre per la caldaia e l'altro per la vasca, ambedue con chiavi d'arresto. Appare evidente come, con questo sistema e sfruttando le chiavi d'arresto, la vasca ed i vari catini e bacili potevano essere riempiti d'acqua sia calda che fredda.
Con l'introduzione degli acquedotti la situazione migliorò nettamente, come è dimostrato anche dall’elevato aumento della popolazione, che a Roma passò da circa 370.000 abitanti nel 272 a.C. a 450.000 nel 144, anno di perduzione dell'Acqua Marcia. Nel III-IV secolo d.C., con i suoi 11 acquedotti, Roma disponeva di circa un milione di metri cubi d'acqua al giorno, con i quali era in grado di soddisfare le esigenze di una popolazione che sfiorava il milione di abitanti e di alimentare 11 grandi terme, 856 bagni pubblici, 15 ninfei, 2 naumachie e 1352 tra fontane e vasche. t senz'altro una quantità enorme, se si pensa che i moderni acquedotti ne portano il doppio di allora per una popolazione quadruplicata.
L'acqua proveniva spesso da luoghi molto lontani e arrivando in città andava a riempire un serbatoio posto in posizione elevata. Da qui era distribuita, a mezzo di canali sotterranei, nelle strade e quindi nelle case, che ne ricevevano solo una certa quantità. Tubi di bronzo, calices, di diametro proporzionale alla quantità d'acqua che dovevano far passare, oppure chiavi d'arresto, regolavano l'immissione d'acqua nelle abitazioni.
L'acqua corrente, purtroppo, non veniva erogata a tutti. Essa costituiva un servizio pubblico e coloro ai quali non era consentito usufruirne ricorrevano alle fontane. La concessione era subordinata a permessi particolari e a volte gli ispettori, aquarii, si lasciavano corrompere e procedevano a punteggi illegali nelle assegnazioni ai privati. Spesso si verificavano anche degli abusi: tubazioni "pirata" potevano essere innestate su quelle principali, rubando cosí l'acqua al legittimo intestatario. Era veramente difficile riuscire ad ottenere l'acqua in casa e, nonostante il forte canone richiesto, essa era concessa raramente e solo al proprietario dell'immobile. Il permesso era poi strettamente personale e revocabile in caso di morte del beneficiario. A questo proposito, si ricorda il poeta Marziale che soffriva molto di non avere l'acqua in casa, nonostante l'attenta opera di adulazione svolta nei confronti dell'imperatore Domiziano. Nella sua piccola dimora di campagna aveva fatto sistemare una pompa per attingere acqua dai pozzi; ed una volta, non resistendo alla tentazione di farsi una bevuta d'acqua corrente, la prese di nascosto dalla casa di un suo amico. Cadde però ammalato, forse perché l'aveva ingerita troppo fredda; e per ristabilirsi fu costretto a sacrificare una scrofa vergine.