LA CASA ETRUSCA
Lo scavo di Acquarossa, un piccolo centro abitato nell’interno dell’Etruria meridionale, a 6 chilometri a nord di Viterbo, si è rivelato fondamentale per la conoscenza dell'architettura domestica etrusca. Prima della sua scoperta ben poco si conosceva della casa etrusca e si cercava di colmarne le lacune con la documentazione indiretta delle urne cinerarie, dei modelli votivi e delle tombe, sia rupestri che scavate nel tufo.
Acquarossa, nei cui pressi sorse la romana Ferentium, improvvisamente scomparve, per cause a noi non note, già aria fine dell'età arcaica, verso il 500 a.C. Il sito ove sorgeva non ebbe frequentazioni posteriori e ciò ha consentito che arrivasse integro fino a noi l'abitato che vi fiori tra il VII e il VI secolo a.C.
La popolazione, calcolata tra le 4000 e le 7000 unità, traeva i propri mezzi di sostentamento dal territorio. Esercitava quindi l'agricoltura e l'allevamento, sfruttando nel contempo tutte le risorse fornite dai vicini monti Cimini. Molto probabilmente era praticata la lavorazione del ferro, come risulta dalle numerose scorie rinvenute e dall'esistenza certa di giacimenti di questo metallo nell'area della città, donde il nome Acqua Rossa dato al corso d'acqua principale della zona.
Agli archeologi che intorno agli anni '60 iniziarono lo scavo del sito, apparvero resti di capanne rotonde o ovali, immediatamente precedenti alle case del VII secolo, a pianta rettangolare, con tetti di tegole e fondazioni di pietra. Lo spazio domestico di queste ultime non si presenta molto grande, al massimo di tre o quattro stanze aventi l'entrata direttamente dal cortile o da un vestibolo che le precede. Probabilmente l'unica fonte di luce ed aria proveniva dalla porta ed anche se dovettero esistere delle finestre, come è documentato dall’architettura tombale, si presume siano state, per evidenti ragioni climatiche, piccole o ricavate dalle pareti interne.
Le limitate dimensioni delle abitazioni hanno indotto a ritenere che ogni famiglia abbia avuto a disposizione almeno due edifici oltre alla casa abitata, destinati a stalle, ovili o magazzini. t quasi impossibile distinguere le unità abitative, in quanto risulta poco chiara la funzione delle singole stanze, Nessuna traccia è infatti rimasta dell’arredamento fisso e anche l’identificazione dello spazio adibito alla cottura dei cibi si presenta spesso problematico.
Le case erano protette dal pericolo di alluvioni con semplici ma efficaci espedienti. Pozzi usati come serbatoi per l'acqua piovana, insieme alle vicine sorgenti e ai corsi d'acqua, assicuravano un sufficiente rifornimento idrico. Presentano pavimenti in argilla battuta molto solidi e resistenti, in punti particolari costituiti da lastroni di peperino, come l'area usata per la trebbiatura del grano.
Le pareti, realizzate in graticcio, ricordano le famose parietes craticii menzionate da Vitruvio (De architectura, 2, 8, 20). Queste murature erano costituite da una struttura portante formata da pali verticali infissi nella roccia di fondazione, raccordati con altre travi orizzontali disposte in punti strategici. Un intreccio di canne o rami attorcigliati orizzontalmente sorreggeva il rivestimento costituito da un impasto d'argilla e fango, successivamente intonacato e forse dipinto.
Un altro espediente usato per le strutture in elevato precorre la tecnica del calcestruzzo romano. Si pressava l'argilla destinata alle pareti tra due casseforme, formate da legno o stuoie, dello spessore del muro, le quali, una volta essiccata l'argilla al sole, venivano rimosse, ripetendo più volte l'operazione. Il getto dell'impasto veniva probabilmente effettuato sulle fondazioni, non richiedendo cosí il supporto di pali maestri. A testimonianza di questa tecnica sono stati rinvenuti frammenti di argilla cotta dal fuoco degli incendi, recanti impronte di rami o canne usate nell'impasto per aumentarne la resistenza.
Sebbene piú raramente, erano usati i mattoni crudi, testimoniati anche a Roselle e Pyrgi. La tecnica costruttiva del later crudus era ritenuta molto solida da Vitruvio (Ibidem, 2, 8, 9), il quale si lamentava del poco credito che aveva a Roma dove si continuava a preferire quella dei muri a graticcio.
La vita degli antichi abitanti di Acquarossa doveva svolgersi per lo piú all'aperto, anche d'inverno, quando al riparo dei venti le donne continuavano a tessere o si occupavano della preparazione dei cibi. A differenza di quanto constatato nelle piú antiche capanne, sono rare le testimonianze di focolari interni alle case; probabilmente per paura degli incendi, dato l'alto costo di una casa in muratura, si preferiva cucinare all'aperto, in apposite nicchie ricavate nel muro del cortile o in forni comuni.
La nota piú caratteristica di queste antiche case etrusche, ed al tempo stesso sorprendentemente attuale, è la constatazione dell'esistenza di tetti di tegole. Ancora una volta gli Etruschi si rivelano piú progrediti dei Romani, i quali, stando alle fonti, ancora al tempo della guerra con Pirro o per lo meno all'epoca del famoso incendio gallico, costruivano tetti di asticelle di legno; anzi, pare sia stato proprio questo episodio doloroso a convincerli ad usare tegole per la ricostruzione della città (Livio, Ab urbe condita, 5, 55).
Le case di Acquarossa presentavano tetti a due spioventi, molto inclinati, per proteggere dalle infiltrazioni d'acqua le mura a graticcio. Erano formati da file parallele di tegole piatte con bordi rialzati, tegulae, le cui giunture venivano unite mediante coppi semicilindrici, imbrices. Sul colmo del tetto potevano trovarsi elementi decorativi, gli acroteri, mentre la parte terminale dell’ultima fila di coppi era dotata di un'antefissa, un ornamento in terracotta avente la funzione di impedire all'acqua piovana di gocciolare sulle parti in legno. Sono stati anche individuati frammenti di un particolare tipo di tegola a lucernario, fornita cioè di un'apertura centrale costituita da un coperchio mobile, regolabile dall'interno a mezzo di un bastone, per consentire l'entrata di luce ed aria e, ove necessario, lo smaltimento del fumo.