La "'casa d'oro" di Nerone
Scrive Suetonio (Neronis vita, 31): «Fatta costruire per sé (Nerone) una casa che dal Palatino andava fino all'Esquilino, dapprima la chiamò "transitoria", poi, quando un incendio la distrusse, la fece ricostruire e la chiamò "aurea". Per dare un'idea dell'estensione e della sua magnificenza, basterà ricordare i seguenti dati. C'era un vestitolo in cui era stato eretto un colosso a sua sembianza, alto centoventi piedi ( = metri 35 circa). Era tanto vasta che nel proprio interno aveva dei porticati a triplo ordine di colonne, per la lunghezza di mille passi, e uno stagno che sembrava un mare, circondato da edifici che formavano come delle città. Per di piú
all'interno vi erano campagne ricche di campi, vigneti, pascoli e boschi, con moltissimi animali domestici e selvatici di ogni specie. Nel resto della costruzione, ogni cosa era ricoperta d'oro e abbellita con gemme e madreperle. Il soffitto dei saloni per i banchetti era a tasselli d'avorio mobili e perforati, in modo da poter spargere fiori e profumi sui convitati. Il principale di questi saloni era rotondo e girava su se stesso tutto il giorno, continuamente, come la terra. Nelle sale da bagno scorrevano acque marine e acque di Albula (solforose), e quando, alla fine dei lavori, Nerone inaugurò un palazzo di tal fatta, lo approvò soltanto con queste parole: "Finalmente comincerò ad abitare come un uomo! "» .
Continua la descrizione di altre opere intraprese da Nerone: «Per portare a termine questi lavori aveva dato ordine di trasferire in Italia tutti i detenuti, in qualunque luogo si trovassero, e di condannare tutti, per qualsiasi delitto, soltanto ai lavori forzati».
Il terribile incendio del 64 d.C., che aveva devastato gran parte della città, aveva anche distrutto la Domus Transitoria, la prima abitazione dell'imperatore Nerone che occupava la vallata fra il Palatino, l'Oppio ed il Celio ed era cosí denominata in quanto, riunendo le fabbriche del Palatino con quelle dell'Esquilino, lasciava fra loro un passaggio per mezzo delle vie pubbliche. La perdita di questa casa aveva indotto Nerone a porre mano al fantasioso progetto della Domus Aurea, ossia la "Casa d'oro".
Il vasto fabbricato, opera degli architetti Severo e Celere, denominati da Tacito (Annales, 15, 42) magistri et machinatores quasi a voler sottolineare l'astrusità delle loro invenzioni, aveva la forma di un enorme rettangolo, orientato esattamente secondo i punti cardinali. Il pittore Famulus, comunemente noto come Fabullus, impiegò tutta la vita per la sola decorazione della Domus Aurea, che divenne a detta di Plinio (Naturalis historia, 35, 120) «il carcere della sua arte». Numerose opere, fra cui soprattutto gruppi ellenistici pergameni, ornavano le varie parti della mastodontica abitazione, appesantendola secondo quel gusto greve e barocco che tanto piaceva all'imperatore.
Inutile dire che Nerone ebbe di gran lunga la piú ampia di tutte le dimore imperiali. Si sussurrava con malignità che la città medesima stava per diventare una sola grande casa; e la stessa voce anonima suggeriva di emigrare verso la vicina Veio, fintantoché si era ancora in tempo a trovarla sgombra dalla mania di grandezza dell'imperatore. La Domus Aurea si estendeva infatti dal Palatino e dalla Velia, che ne costituivano il vestibolo (ove piú tardi sarebbe sorto il tempio di Venere e Roma), fino all'odierno S. Pietro in Vincoli e alle Sette Sale, per proseguire in direzione delle mura serviane verso il Celio, dove il tempio del divo Claudio costituiva il termine meridionale del complesso. Di qui la "casa" raggiungeva di nuovo il Palatino passando per la valle dell'anfiteatro, occupata da uno stagno d'acqua salata imitante un porto marino.
La forma si presentava nettamente distinta in due parti, di cui una caratterizzata da un impianto semplice e lineare racchiudente al centro un grande peristilio rettangolare, l'altra piú movimentata, contraddistinta dall'uso delle linee curve, gravitanti intorno ad un ampio cortile trapezoidale e, proseguendo, ad una sala ottagonale. Quest'ultimo ambiente, nel quale vennero adottate particolari e geniali soluzioni tecniche per arrivare alla copertura a cupola, si può considerare un importante caposaldo nera storia dell'architettura romana.
Con la morte di Nerone la costruzione della casa-villa venne interrotta per riprendere solamente nel breve regno di Salvio Otone, che vi spese addirittura piú di dieci milioni di sesterzi. I Flavi pensarono bene di accattivarsi le simpatie del popolo esasperato demolendo molti edifici e destinandone l'area ad un uso piú demagogico come per esempio costruendo l'Anfiteatro Flavio.
Di tutto questo enorme palazzo solo una parte, sul colle Oppio, _ giunta fino a noi, salvatasi perché inglobata nelle fondazioni delle posteriori Terme di Traiano. A stento si riesce ad immaginare l'aperta ariosità di questi ambienti, da cui la vista poteva spaziare verso la sottostante valle occupata dal laghetto e circondata da lussureggianti giardini. Queste stanze assomigliano piú a grotte e tali le dovettero Immaginare gli artisti rinascimentali, fra cui Raffaello, che copiarono i frammenti delle pitture superstiti e vi si ispirarono, coniando per esse il nuovo termine di "grottesche", ampiamente usate in tutte le decorazioni dei palazzi signorili di Roma e dintorni, non ultimo il Vaticano.
Da ciò che è giunto fino a noi, il livello della decorazione della Domus Aurea doveva essere qualitativamente, per lo piú, molto buono. Pare di riconoscere l'opera di Fabullus dalla descrizione che Plinio fa dello stile da lui preferito, floridus et humidus: "umido" in quanto fluido e morbido al tempo stesso, "brillante" perché basato sull'uso dell'azzurro, del rosso vivo, del verde chiaro, del giallo oro, del bianco.