GRUPPO DI LAVORO MINISTERIALE
culture delle differenze e studi delle donne nell'istituzione universitaria

DOCUMENTI DI LAVORO - autonomia didattica

Università Ricerca UR, Anno VIII - 1997, n. 6
Punti di vista
Laura BALBO Coordinatrice del gruppo di lavoro

Verso una cultura non banalmente "neutra"

      Questo numero di Università Ricerca, che ha l'obbiettivo di contribuire a far conoscere il Rapporto finale del Gruppo di Lavoro sull'Autonomia didattica - sottoposto in queste settimane al vaglio della comunità scientifica ed accademica - è un'occasione molto utile per metterne in luce alcuni aspetti che, tra i tanti che interessano e fanno discutere, rischiano di passare inosservati.
Si tratta innanzitutto del linguaggio, e non sembri di importanza secondaria: in numerosi passaggi viene resa visibile la compresenza nell'università di donne e di uomini. La popolazione universitaria oggi (e senza dubbio questo varrà ancora di più nei prossimi anni) è costituita da studenti e studentesse, studiose e studiosi, docenti uomini e docenti donne, ricercatori e ricercatrici, e donne e uomini compongono il personale amministrativo. Questo dato, ovvio, di continuo risulta ignorato, anzi "scompare", nel linguaggio che si usa e nelle analisi tradizionali e, cosa più grave, nella progettazione e nelle politiche.
Il Rapporto, viceversa, ne tiene conto. Quel che è successo è che nei mesi scorsi molto opportunamente è stato istituito presso il MURST il “Gruppo di Lavoro” – denominato Culture delle differenze e studi delle nell'istituzione universitaria – con il compito di affrontare questi temi, per la prima volta posti istituzionalmente nell'agenda di governo e alla piena attenzione del dibattito culturale italiano.
Val la pena di ricordare che l'iniziativa faceva seguito all'accoglimento, da parte del governo italiano, della Direttiva approvata nel Consiglio dei Ministri del 7 marzo 1997 ("Azioni volte a promuovere l'attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelte e qualità sociale a donne e uomini" che contiene un paragrafo rivolto in termini espliciti all'università) e che tra i compiti attribuiti al Gruppo di Lavoro c'è in particolare quello di "individuare forme appropriate di collaborazione e di interazione con gli organismi nazionali e di Ateneo preposti ai processi di riforma in atto dell'università e della ricerca ... al fine di promuovere pari opportunità per le donne".
Nei mesi di luglio e poi in settembre e ottobre, in seguito a uno scambio di idee e di proposte intercorso tra i due Gruppi al lavoro presso il Ministero, nella redazione del Rapporto sono state recepite alcune osservazioni il cui impegno di fondo è questo: nella progettazione della nuova università e dei suoi orizzonti formativi la realtà e la cultura di genere possono e debbono entrare, a partire appunto da questa fase e da questa proposta. Si tratta allora (e sono solo alcuni esempi) di tener conto nella raccolta e nell'elaborazione dei dati statistici che ci sono i due generi, per avere sempre presente - neanche questo appaia scontato - il quadro reale e composito dell'istituzione universitaria; di inserire tra i principi organizzativi e di funzionamento che le pratiche di orientamento, il tutorato, l'organizzazione curriculare, l'attribuzione di risorse per la didattica e per la ricerca non sono "neutrali", ma volta a volta richiedono una specifica attenzione alle differenze di genere; e soprattutto che venga esplicitamente assunta una responsabilità nel senso di garantire, in prospettiva, minori squilibri tra donne e uomini nell'accesso alle risorse e nei percorsi di carriera (cosa che non avviene con i meccanismi attuali).
A questo punto del percorso (in una fase che sembra registrare crescente interesse e apprezzamento nel mondo universitario nei confronti dei principi delineati nel rapporto Autonomia) e nel passaggio alla traduzione in esperienze e strutture, vogliamo dunque fare in modo che la convergenza di valutazioni, di proposte e di obiettivi che è stata registrata tra le due commissioni (e che si è tradotta in alcuni punti importanti del documento) diventi patrimonio comune. Naturalmente non ci aspettiamo che questo avvenga "da sé", anzi, ci riteniamo impegnate e impegnati (noi del Gruppo di Lavoro "Culture delle differenze", ma anche tutti coloro che ritengono che questa sia una componente fondamentale del “nuovo” modo di concepire e far funzionare l'università) a rendere visibili i passaggi impliciti, o trascurati. Particolarmente importanti ci appaiono i punti seguenti:

      1. Rendersi conto del dato che in non poche facoltà la maggioranza della "popolazione universitaria" è ormai costituita da studentesse; e che, nonostante tutto, non poche sono le docenti e le funzionarie e impiegate. La "femmilizzazione" della popolazione universitaria è certamente un dato di questi anni e del prossimo futuro: dovrà coesistere con una struttura, una gestione, una "cultura" tradizionalmente e immutabilmente maschili?
Il passaggio operativo dunque è questo: fare in modo che, nelle iniziative di indirizzo politico del sistema universitario che verranno prese, di questo dato si tenga esplicitamente conto.

      2. Considerare acquisito il fatto che, nella prospettiva di far crescere nel nostro sistema universitario una "cultura dell'autonomia", è essenziale tener conto dei dati di differenza (e di assimmetria, e discriminazione) esistenti, e allo stesso tempo farne uso come di una risorsa potenzialmente innovativa. Non solo ci vogliamo inserire nel percorso di cambiamento del nostro sistema formativo, percorso che, dal nostro punto di vista, è urgente e davvero non rinviabile; siamo convinte che le esperienze e le voci delle donne (studentesse, docenti, con funzioni amministrative, decisionali, e di ricerca) debbano contare per come questo percorso lo si disegna oggi, e per come si realizzerà in futuro. In particolare, abbiamo ben presenti, e continueremo a richiamarli, i riferimenti a ciò che è già avvenuto o sta avvenendo in altri contesti; e vogliamo contribuire allo scenario della società europea oggi in via di costituzione.

      3. L'apertura a una cultura non banalmente "universale", "neutra", "omogenea", ci appare cruciale in questa fase in cui tanto si sottolineano i processi di cambiamento sociale a livello globale e l'emergere di "nuovi" soggetti sociali, individuali e collettivi. In particolare, questi sono i punti del documento sui quali appare possibile fondare una lettura innovativa dei processi formativi e promuovere una cultura delle differenze: la pluralità dell'offerta formativa, la flessibilità curriculare (e dunque la maggiore libertà di scelte offerta a studentesse e studenti nell'impostare i curricula e percorsi formativi), l'attenzione alla nuova domanda di formazione e di professionalità corrispondente al modello del lifelong learning, la valorizzazione di pratiche come l'organizzazione degli insegnamenti per aree comuni, il sistema dei crediti, la mobilità di studenti e docenti.

      4. Detto questo, riteniamo sia necessario che venga resa esplicita una assunzione di responsabilità specifica nei confronti della componente femminile del mondo universitario, il che può tradursi – e sono solo esempi – nel proporre modalità differenziate nelle attività di orientamento e di tutorato; nell'individuare parametri per l'attribuzione di risorse tali da ridurre l'attuale marginalità o esclusione di talune tematiche e di (molte) studiose; nel trovare modalità tali da ridurre, in prospettiva, gli squilibri attuali nella docenza, affinché i modelli che si propongono riconoscano e valorizzino appunto la presenza di entrambi i generi nell'università e nella cultura. Riteniamo che, tra i criteri della valutazione e come fattore di innovazione dovrebbe essere fatto riferimento esplicito a pratiche che legittimino nel mondo universitario le “culture delle differenze” e in particolare, in conformità con i modelli presenti in tutti i sistemi europei di istruzione superiore, gli “studi delle donne”.

      5. Fondamentale, a questo punto del “percorso” del documento e dell'iniziativa del MURST nelle sue funzioni di indirizzo del sistema universitario, è concentrare l'attenzione sulla realizzazione delle proposte e sul passaggio dall'assetto attuale all'autonomia: transizione che è scontato prevedere incontrerà, in molte forme, inerzia e resistenze (è possibile ignorare, passare sotto silenzio, lasciare ai margini dell'agenda delle decisioni).
Diamo per scontato che ci si richiamerà al principio del rendere visibili e valorizzare le “buone pratiche” secondo un linguaggio ormai entrato nell'uso.
Questo però sembra inadeguato di fronte al ben organizzato apparato di contrarietà e di vera e propria opposizione (culturale amministrativa “quotidiana”) che ci aspettiamo di dover affrontare, almeno per quanto riguarda gli aspetti per cui, istituzionalmente, siamo responsabili. Fin d'ora vogliamo mostrare di essere pienamente avvertite e avvertiti della difficoltà del percorso che abbiamo davanti; proponiamo di sviluppare e di mettere in comune, in modo sistematico, "strategie di aggiramento"; e soprattutto facciamo affidamento sul sostegno delle istituzioni coinvolte, in primo luogo del Ministero dell'Università e della Ricerca scientifica e tecnologica e del Ministero delle Pari Opportunità, ma anche del Governo nel suo insieme responsabile della Direttiva sulle pari opportunità.
Per queste ragioni la Commissione “Culture delle differenze” continua il suo lavoro e si propone in successivi interventi, di contribuire ad affrontare le implicazioni (e a trarre vantaggio dalle potenzialità) aperte dal Rapporto e dalle successive iniziative sia degli atenei, sia del Ministero.