GRUPPO DI LAVORO MINISTERIALE
culture delle differenze e studi delle donne nell'istituzione universitaria

presentazione
Linee guida

      Nel luglio dello scorso anno, molto opportunamente, è stato istituito presso il Murst un "gruppo di lavoro" al quale veniva demandato il compito di affrontare le questioni relative al tema: Culture delle differenze e studi delle donne nell'istituzione universitaria, tema per la prima volta posto istituzionalmente nell'agenda di governo e alla piena attenzione del dibattito culturale italiano.
      L'iniziativa faceva seguito all'accoglimento, da parte del governo italiano, della Direttiva approvata nel Consiglio dei Ministri del 7 marzo 1997 ("Azioni volte a promuovere l'attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelte e qualità sociale a donne e uomini" che contiene un paragrafo relativo all'università) e al gruppo compete, dice il decreto istitutivo, di "individuare forme appropriate di collaborazione e di interazione... con gli organismi nazionali e di Ateneo preposti ai processi di riforma in atto dell'università e della ricerca..

      Oggi, 1998, si sono determinate condizioni che riteniamo siano favorevoli a una attenta considerazione delle proposte elaborate dal gruppo di lavoro.

      La prima di queste condizioni è rappresentata dalla prospettiva aperta con il percorso dell'autonomia: si prospettano radicali cambiamenti nei criteri di "gestione" dell'istituzione universitaria e in particolare nell'organizzazione della didattica (offerta, flessibilità nei percorsi, modalità di valutazione, strutture di orientamento e tutorato); e negli spazi che vengono lasciati alle differenti componenti del mondo universitario per sperimentare ed innovare.
      Nella progettazione della nuova università e dei suoi orizzonti formativi possono e debbono entrare la realtà e la cultura di genere. A partire da questa fase, dallo spirito di questa proposta, e dal dibattito che l'ha fin da subito accompagnata, la nostra posizione si sintetizza in questo modo: non solo ci vogliamo inserire nel percorso di cambiamento del nostro sistema formativo, ci sembra ovvio che le esperienze e le voci delle donne (studentesse, docenti, con funzioni amministrative, decisionali, e di ricerca) debbano contare per come questo percorso lo si disegna oggi, e per come si realizzerà in futuro.

      Una seconda "condizione favorevole" sta, molto semplicemente, nei numeri (che vanno naturalmente anche letti con attenzione "qualitativa") relativi alla popolazione universitaria. Oggi più della metà degli iscritti sono studentesse; la maggioranza del personale amministrativo è costituita da donne; tra i ricercatori le donne sono quasi la metà; e dunque soltanto tra i docenti di I e II fascia rappresentano una minoranza.
      Non si può non sottolineare i dati di asimmetria, anzi di discriminazione, e i meccanismi che perpetuano asimmetria e discriminazione: c'è cioè una questione di "pari opportunità". Ma allo stesso tempo è evidente che le condizioni che si registrano richiedono, e addirittura facilitano, cambiamenti significativi: dunque abbiamo di fronte un dato innovativo. Ci sono ben presenti entrambe queste chiavi di lettura: quella che richiama l'urgenza di iniziative "di pari opportunità" come quella capace di cogliere le spinte al cambiamento oggi evidenti.

      Si pone qui un terzo elemento: il consolidarsi, a livello internazionale, della tradizione intellettuale costituita dagli studi di genere (introduciamo una sigla, W&GS, che appunto riprende dal linguaggio internazionale il riferimento agli women's and gender studies). Rinviamo alla particolareggiata ricostruzione del quadro internazionale, e in particolare al Rapporto conclusivo della Conferenza di Coimbra (1995) sui Women's Studies in Europe, pur sottolineando come anche nei pochi anni trascorsi da quell'incontro, il quadro si sia notevolmente arricchito e modificato. Il punto centrale è questo: interrogarsi su cosa possa essere, e come si possa costruire, una cultura non banalmente "universale", "neutra", "omogenea", è per il sistema universitario italiano in questo momento un cruciale cambiamento "organizzativo" e una straordinaria occasione di innovazione del sapere.

      Un ultimo elemento va richiamato. Una lettura in chiave di "culture delle differenze", se assunta con consapevolezza e convinzione in questa fase, anticipa pratiche e tratti culturali rispetto alla società degli anni a venire nella quale, inevitabilmente, saranno in primo piano dati (e problemi) appunto legati a differenze: tra generazioni, tra donne e uomini, tra tradizioni e culture plurali. Rifletterci per capire come l'università entri in questi processi: con quale consapevolezza, quali responsabilità, quali risposte: è una questione di assoluta urgenza; in ogni caso porla fin da subito potrà evitare che il sistema italiano debba - anche in questo caso - scontare gravi ritardi. In altri paesi europei, per limitarci alla parte del mondo di cui più direttamente facciamo parte, queste tematiche si sono poste da tempo. Per noi, l'occasione si presenta da oggi in avanti.

      Per tutti questi motivi dunque l'ambito cui il gruppo di lavoro è chiamato a far riferimento non corrisponde a delle questioni laterali, minoritarie, rivendicative, di basso profilo. Sono questioni che, tutte insieme, costituiscono davvero una forte potenzialità innovativa. O viceversa ci chiediamo: questa università dovrà convivere con una struttura, una gestione, una "cultura" tradizionali (soltanto maschili)? E anche: prevarranno le ipotesi di una università molto elitaria, "eccellente", e le proposte formulate con esclusivo riferimento al dover competere sul piano internazionale, o esistono altri modelli, altri obbiettivi, di cui discutere, nella prospettiva che autorevoli sociologi oggi propongono, parlando di una società della modernizzazione riflessiva?
      Cogliamo dunque questa come un'occasione perché ci si interroghi su un modello di università plurale nella sua composizione (chi ci vive, la usa, ci lavora) e plurale nelle funzioni che svolge e nelle prestazioni che offre, un modello per niente scontato nel dibattito che si è aperto. Ci interessa che venga reso esplicito, approfondito, discusso.

II. L'università delle autonomie

      Passando ora ad alcune considerazioni e proposte specifiche, riprendiamo i punti precedenti presentando sia dati sia elementi di analisi.

L'autonomia

      Il gruppo di lavoro ha avuto modo di discutere i documenti via via formulati dalla commissione "autonomia universitaria". Tra i due gruppi si sono anzi stabilite forme di collaborazione e di interazione, un metodo che valutiamo come molto positivo, e alla formulazione del rapporto finale sono state apportate modifiche corrispondenti ad alcune osservazioni della commissione "culture delle differenze".
      Ecco, in breve, i punti del documento a partire dai quali, dal nostro punto di vista, è possibile sviluppare una lettura innovativa dei processi formativi e promuovere una cultura delle differenze:
la pluralità dell'offerta formativa, la flessibilità curriculare (e dunque la maggiore libertà di scelte offerta a studentesse e studenti nell'impostare i curricula e i percorsi formativi), l'attenzione alla nuova domanda di formazione e di professionalità corrispondente al modello del lifelong learning, la valorizzazione di pratiche come l'organizzazione degli insegnamenti per aree comuni, il sistema dei crediti, la mobilità di studenti e docenti. Questo insieme di modalità sono considerate positive in vista della valorizzazione nel sistema universitario italiano di "culture delle differenze" e, fin da subito, del patrimonio esistente di W&GS, in una prospettiva di non settorializzazione (o ghettizzazione) rispetto alle organizzazioni disciplinari tradizionali. L 'introduzione dell'approccio di genere nelle varie discipline può avvenire per aggregazioni modulari e favorendo la circolazione di docenti e studenti, in una prospettiva in cui appare cruciale l'introduzione del sistema dei crediti.
      Detto questo sui criteri generali, sottolineiamo che si tratta ora di affrontare i problemi concreti. Diamo per scontato il principio del rendere visibili e valorizzare "buone pratiche". Questo però sembra inadeguato di fronte all'apparato (culturale, amministrativo, "quotidiano") di inerzia e resistenza con cui senza dubbio ci scontreremo. Appare dunque opportuno che il Ministro dell'Università e della ricerca scientifica, nell'esercizio della sua funzione di indirizzo politico dell'intero sistema, renda esplicito il suo sostegno a questi elementi del progetto di cambiamento come caratterizzanti e irrinunciabili. In particolare riteniamo necessaria una assunzione di responsabilità specifica nei confronti della componente femminile del mondo universitario.
      Questo può tradursi - e sono solo esempi - per quanto riguarda l'assetto complessivo e il modo di funzionare dell'istituzione universitaria, nel trovare modalità che garantiscano, in prospettiva, minore squilibrio tra donne e uomini nella docenza, affinché i modelli che si propongono riconoscano e valorizzino appunto la compresenza dei due generi (il che non avviene con i meccanismi attuali). Per quanto concerne l'organizzazione dei corsi di studio, vanno pensate modalità differenziate nelle attività di orientamento e di tutorato, come già avviene in molti paesi; e itinerari per le studentesse del lifelong learning, i cui percorsi sono segnati dalle particolari condizioni della loro collocazione nella società contemporanea. Per quanto riguarda la politica della ricerca, nell'individuare procedure per l'attribuzione delle risorse tali da ridurre l'attuale marginalità o esclusione di talune tematiche e di (molte) studiose, in particolare valorizzando gli W&GS (il che comporta criteri particolari nel definire aree interdisciplinari e adeguate competenze nella fase di valutazione dei progetti, ma più complessivamente, nel non ignorare del tutto, nell'operazione di riforma dell'intero sistema della ricerca che è stato avviata, gli onnipresenti meccanismi di disuguaglianza e di distorsione che, dal punto di vista di genere, sono immediatamente, e una volta di più, rilevabili).
      Il tema dovrebbe trovare posto nella definizione dei rapporti tra il Murst, Conferenza dei Rettori e Conferenze dei Presidi, proponendo che l'attenzione alle "culture delle differenze" sia uno dei criteri di attribuzione degli incentivi legati ad esperienze innovative e, a questo fine, richiamando le esperienze di alcuni atenei dove già è presente la ricerca o la didattica nel campo degli W&GS (Padova, Napoli, Cosenza, Lecce, Torino, Bologna, Catania, Milano, Siena e altri).

La "femminilizzazione" della popolazione universitaria

      Questo è certamente un dato di radicale trasformazione.
      Nell'arco di pochi decenni nell'università italiana si sono verificati processi che la caratterizzano oggi come profondamente mutata rispetto al passato; ed è certo che in futuro cambierà ulteriormente. Era una istituzione compatta e a suo modo "semplice" (elitaria, in termini di classe sociale; concepita per una popolazione di giovani, praticamente solo uomini; e, nel suo patrimonio culturale, omogenea), tutte caratteristiche che non si danno in una università di fine secolo. Oggi ci sono donne e uomini, giovani e adulti e adulte del lifelong learning, progetti di formazione diversificati.
      Riuscire a realizzare la compresenza di differenti soggetti e una pluralità di punti di vista è un obbiettivo tutt'altro che scontato.
      Nella prospettiva di far crescere nel nostro sistema universitario una cultura di pluralismo e di modernità dovrebbe essere fatto riferimento esplicito, tra i criteri di valutazione delle iniziative didattiche e di ricerca (e come fattore di innovazione), a pratiche che legittimino nel mondo universitario le "culture delle differenze". In particolare, in conformità con i modelli presenti in tutti i sistemi europei di istruzione superiore, agli "studi delle donne", con riferimento a ciò che è già avvenuto o sta avvenendo in altri contesti culturali ed accademici, e soprattutto allo scenario di una società europea "in via di costituzione" (che davvero non è immaginabile al maschile: o lo sarebbe per qualcuno?).

Chi decide, chi parla

      Ai dati sulla popolazione che "abita" l'università, più sopra riportati, possiamo affiancare questo altro elemento conoscitivo: non si può non osservare che chi decide, chi parla, sono (collocati nelle posizioni "giuste": rettori e presidi, ordinariato, organismi come CRUI e CUN, le commissioni ministeriali) alcune decine di autorevoli personaggi, appartenenti a una cerchia ristretta, cooptati secondo meccanismi molto tradizionali. Ci sembra davvero rilevante sollevare la questione del pluralismo, chiedendoci se e come si possano cominciare a modificare i meccanismi di riproduzione dell'accesso al potere di programmare e di decidere oggi dati per scontati. E si tratta di porre questa questione in tutte le situazioni per cui conta che venga posta: la gestione dei fondi per la ricerca e i criteri di assegnazione dei fondi stessi; la composizione delle commissioni dove si prendono decisioni; l'organizzazione della didattica e dei servizi, ecc.

III Un'Europa delle culture plurali

      Questi richiami, qui riferiti alla differenza/discriminazione tra i generi, prefigurano altre possibili manifestazioni (di discriminazione, emarginazione, non visibilità di differenze) in una futura istituzione universitaria non più omogenea in termini culturali, e nel cui corpo non era prevista, e dunque regolamentata, la presenza di soggetti "altri".
      Se riusciremo- o meno- a creare una società capace di dare cultura e competenze a numeri crescenti dei suoi componenti, è qualcosa che ci riguarda tutti. Non è pensabile che questa università che diventa differenziata e plurale continui ad essere riduttivamente riportata a una struttura, a una gestione, una "cultura", minoritarie, quelle "maschili" tradizionali. Immaginare gli sviluppi futuri del sistema universitario e formativo nel suo complesso e organizzarne il funzionamento utilizzando le molteplici risorse in modo efficiente, equo e innovativo: sono questioni di interesse generale che noi poniamo con forza.
      E riteniamo che il Murst possa svolgere una importante funzione di anticipazione e di indirizzo politico del sistema formativo rendendo espliciti e visibili i criteri per cui questi elementi - le culture delle differenze, la pluralità delle culture - appaiono come fondamentali per uno scenario futuro.

      In concreto, e per cominciare: