LA CASA IN CITTÀ
di Anna Maria Liberati
«COSÍ PER ME È BELLO VIVERE, COSÍ È BELLO MORIRE». Se della Roma antica fossero giunti fino a noi anche i suoni, sicuramente ciò che piú ci colpirebbe, almeno a giudicare da quanto tramandatoci, sarebbe il rumore Incessante. Il filosofo Seneca aveva la sventura di abitare in prossimità di un edificio termale. Dice, sfogandosi, all'amico e confidente Lucilio (Epistulae ad Lucilium, 5 6, 1-2): « Abito proprio sopra un bagno; immaginati, un vocio, un gridare in tutti i toni che ti fa desiderare d'esser sordo; sento il mugolio di coloro che si esercitano con i manubri, emettono sibili e respirano affannosamente. Se qualcuno se ne sta buono buono a farsi fare il massaggio, sento il picchio della mano sulla spalla, e un suono diverso a seconda che il colpo è dato con la mano piatta o incavata. Quando poi viene uno di quelli che non può giocare a palla se non grida e incomincia a contare i colpi ad alta voce, è finita. C'è anche l'attaccabrighe, il ladro colto sul fatto, il chiacchierone che, quando parla, sta a sentire il suono della sua voce; e quelli che fanno il tuffo nella vasca per nuotare, mentre l'acqua sprizza rumorosamente da tutte le parti. Ma per lo meno questi metton fuori la voce che è la loro. Pensa al depilatore che ogni poco fa un verso in falsetto per offrirti i suoi servigi; e non sta zitto che quando strappa i peli a qualcuno; ma allora strilla chi gli sta sotto. Senza contare l'urlio dei venditori di bibite, di salsicce, di pasticcini e degli inservienti delle bettole che vanno in giro, offrendo la loro merce, ciascuno con una speciale modulazione di voce».
Le origini dell'abitazione sono da ricercare nell'area etrusca e
mediterranea. Dalla primitiva capanna rotonda e successivamente quadrata,
di cui rimangono importanti resti sul colle Palatino, si passò gradualmente
ad uno schema primitivo in cui compaiono un ambiente principale coperto
collegato ad un cortile antistante. Questa tipologia, rintracciabile in
ambiente egeo e riconducibile anche a quello etrusco, ha trovato proprio
in questi ultimi anni conferma in siti archeologia dell'Etruria, come
documentato dalle importanti scoperte di Acquarossa.
Una chiara idea dell'originaria struttura della casa italica ci viene
offerta da un'< a href="fig3.htm">urna di Chiusi, isolata nel suo severo aspetto architettonico, e dalla pianta
di alcune tombe, fra cui quella degli Scudi e delle Sedie a Cerveteri.
L'< a href="fig3.htm">urna di Chiusinon riproduce più, come le precedenti, una capanna,
bensì una robusta casa in muratura, con il tetto spiovente caratterizzato
da filari di tegole ed aperto al centro dal caratteristico compluvium,
che permetteva all'acqua piovana di raccogliersi nella vasca dell'atrio.
Nella < a href="fig4.htm">Tomba degli Scudi e delle Sedie si riconosce invece l'atrio e,
antistante ad esso, il tablino, la primitiva sala da pranzo, che per
dimensioni si identifica con la principale della casa. Gli imponenti seggi
con schienale ricurvo ai lati della porta sono indicativi dell'arredamento
di questa casa aristocratica del VI secolo a.C.
LE CAPANNE DEL PALATINO E LA "CASA" DI ROMOLO. Nell'angolo del
Palatino che digrada a valle, e che racchiude le memorie più antiche della
città, si possono ancora oggi vedere i resti di quelle che furono
le dimore dei primi abitanti di Roma.
La particolare posizione di questo colle, centrale rispetto agli altri che
pur ne rimanevano separati e prospiciente il Tevere nel punto dove più
facilmente si poteva guadare, favori l'insediamento umano fin da epoche
molto remote. Risale alla prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), circa
all'epoca della fondazione di Roma, un villaggio di capanne, riportato alla
luce alla fine degli anni '40.
Si può agevolmente riconoscerlo osservando i pavimenti delle singole
abitazioni, profondamente scavati nel tufo della collina. Intorno al loro
perimetro interno, sei fori circolari servivano ad alloggiare altrettanti
pali destinati a sostenere la parte perimetrale di strame e fango, mentre
uno centrale, di diametro maggiore, ospitava la trave atta a sorreggere il
tetto. Lungo uno dei lati minori era collocata la porta d'ingresso, larga
circa un metro, come si può desumere dagli alloggiamenti dei cardini
dei battenti, e protetta da una piccola tettoia. Un'altra apertura, su uno
dei lati maggiori, doveva corrispondere ad una finestra. Tutt'intorno,
corre un canaletto per lo scolo delle acque.
In questo particolarissimo contesto, gli archeologi hanno recentemente
proposto di individuare la "Casa" di Romolo, il fondatore della città.
In seguito a lunghe campagne di scavo, che hanno interessato tutta l'area
sud-occidentale del Palatino e permesso di riconoscere o approfondire la
conoscenza di molti luoghi di culto d'epoche diverse che vi sorgevano, si è
giunti all'identificazione di un antico recinto consacrato.
In questo versante del Palatino si accentrano le tradizioni religiose più
antiche di Roma. Basterà citare le celebrazioni in onore della dea Pales,
la cui festa, le Palilia, ricorreva il 21 aprile, giorno di
fondazione della città. Ugualmente importanti erano i Lupercalia,
dal nome della grotta, Lupercale, ove approdò, gettata dal fiume, la
cesta con i gemelli Romolo e Remo. In questa occasione, sacerdoti vestiti
con pelli ferine compivano singolari riti di fecondità, frustando le
donne di passaggio. Infine, sempre in questa zona si apriva una delle porte
della città romulea, corrispondente alle Scalae Caci: le scale che,
mettendo in comunicazione U sottostante Foro Boario con la sommità della
collina, prendevano nome dal gigante Caco, fiero avversario di Ercole.
Che l'area da tempo immemorabile conservasse la memoria della Casa Romuli
è cosa nota; ce ne parlano infatti anche gli storici, i quali ci informano
come nel relativo sacello fosse custodita fino ad epoca tardo-antica
(IV secolo d.C.) una capanna di paglia, regolarmente sostituita ogni volta
che, soprattutto a causa degli incendi, veniva distrutta. D'altro canto, è
una constatazione di fatto che Augusto, "fondatore" dell'impero, abbia
voluto proprio nei pressi la sua dimora; e con lui i suoi successori, quasi
a voler ribadire un concetto di sacralità reso ancora più forte dalla
particolare valenza del luogo.
Ma come si è giunti all¦identificazione proprio della "Casa" di Romolo, o
meglio del luogo dagli antichi ritenuto tale? Gli archeologi spiegano che
tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., durante la costruzione
del vicino tempio della Vittoria, venne scoperta una fossa, appartenente
con tutta probabilità ad una vicina necropoli. Quale interpretazione sia
stata data di questo ritrovamento non è noto. Sta di fatto che la fossa,
messa in qualche modo in relazione con Romolo, venne accuratamente chiusa,
contrassegnata con un cippo e circondata da un muro in opera quadrata.
Con il trascorrere degli anni, la zona circostante subí molti mutamenti.
In età tardo-repubblicana venne costruito il santuario della Magna Mater,
secondo le indicazioni dei libri sibillini che prevedevano il trasporto a
Roma della pietra nera, simbolo di Cibele, conservata in Frigia. Nel corso
dei lavori, l'area subí diverse trasformazioni; ma venne comunque
rispettato il sacello di Romolo. Nel 111 a.C. e nel 3 d.C. la zona fu
sconvolta da incendi e l'intero quartiere ricostruito: risalgono a
quest'ultimo periodo numerose botteghe, ma, anche in questo caso, l'area
sacra non venne alterata né subí sovrapposizioni.
Qual è dunque il significato da attribuire a questo piccolo rettangolo,
che conserva ancora parte del suo muro perimetrale e che, forte della sua
sacralità, ha sfidato i secoli? Ancora una volta sono le fonti antiche a
venirci in aiuto, supportando cosí i dati di scavo e confermando che la
"Casa" di Romolo si trovava effettivamente pressola sommità delle Scale di
Caco e nelle vicinanze del tempio della Magna Mater, con tutta probabilità
quindi all'interno di quel famoso sacello venerato fin dalle epoche
piú remote.
LA CASA AD ATRIO. Alcune domus arcaiche, risalenti al
530 a.C. circa, sono state recentemente individuate sul
Palatino. Di una di esse, la meglio conservata, è stato possibile ricostruire la pianta. Intorno all'atrio, cuore della casa e sede del primitivo focolare domestico, ove il paterfamilias amministrava i
suoi poteri, si dispone una serie di ambienti di varie dimensioni e
destinazione d'uso. L'atrio, dotato della vasca (impluvium), è
pavimentato al centro con lastre fittili e presenta una canaletta per portare l'acqua piovana nella cisterna coperta a volta, la piú antica finora conosciuta. Da un
pozzo vicino si poteva attingere acqua; probabilmente esso era fornito,
almeno su di un lato, di banchine, a somiglianza delle tombe etrusche.
Fra le varie stanze della casa si riconoscono il tablino, ove sedeva il
paterfamilias quando era solito ricevere i clienti, ed una grande
sala perconviti. Ambienti minori destinati a magazzini, la cucina con il
focolare e scale per accedere ad un piano superiore fornito di altre stanze
per le donne e la servitú completano il quadro di questa domus, che riceveva
aria e luce, oltre che dall'atrio, anche dall'hortus, il caratteristico
orto-giardino delle case arcaiche.
Una delle piú antiche case di Pompei che si è conservata è la Casa del
Chirurgo, risalente al IV secolo a.C. Si compone di un ingresso seguito da
vestibolo, attraverso il quale si giunge nell¦atrio. Questo ambiente
presenta lungo i lati paralleli all'entrata dei vani e sul terzo lato, di
fronte all¦ingresso, il tablino, nei cui pressi si dispongono due ambienti
minori, alae. Dal tablino si passa, tramite un corridoio, nell'
hortus. E¦ questo, dunque, lo schema di base dell'abitazione etrusca,
romana e campana, almeno fino al III secolo a.C.
Sappiamo da Vitruvio che, a seconda del sistema di copertura, l'atrio era
chiamato tuscanico, senza colonne e con le falde del tetto convergenti verso
l'interno; tetrastilo, con il tetto sostenuto da quattro colonne angolari;
corinzio, simile al precedente ma con piú colonne; displuviato, con le falde
del tetto orientate verso l'esterno; testudinato, chiuso al centro. Il
piú frequente era il tuscanico, anche se costoso a causa del complesso
lavoro di travatura del tetto. Per questo motivo, ed anche per la scarsa
luminosità che forniva, venne abbandonato nel corso dell'impero a favore del
tipo porticato, derivante dal modello corinzio e simile all'attiguo peristilio.
Lo sviluppo della casa e lo spostamento della vita familiare verso nuovi
ambienti, fra i quali il peristilio, provocarono uno scadimento dell'atrio,
che rimase una sorta di anticamera grandiosa in cui solo pochi elementi,
fra i quali la cappella per le divinità protettrici della famiglia, il
lararium, ricordavano l'antica destinazione.
L'INTRODUZIONE DEL PERISTILIO. Nel II secolo a.C. si assiste ad un
importante processo evolutivo, in base al quale nuovi elementi vengono
inseriti nella struttura della casa. Questa si presenta, infatti, come il
prodotto dell¦unione di due abitazioni, la greca e la romana, che la rendono
molto piú vasta ed elegante.
E¦ interessante notare come, in base al rigido conservatorismo romano, lo
schema abitativo rimanga quello tradizionale e le modifiche siano letteralmente
aggiunte, senza nulla cambiare dell'impianto preesistente. Un bell'esempio
di questa nuova fase è offerto dalla Casa di Pansa a Pompei, databile alla
fine del II secolo a.C. Risulta inalterata la forma canonica, alla quale
però se ne aggiunge una nuova che, collocandosi a prosecuzione dei vani già
esistenti, conferisce all'abitazione maggiore estensione e dignità.
E' questa la casa signorile per eccellenza, denominata a peristilio in
quanto caratterizzata proprio da questo ambiente, costituito da un ampio
giardino, circondato da un portico colonnato, spesso arricchito da fontane
ed opere d'arte. Il centro della vita domestica venne quindi spostato
dall'atrio al peristilio, rimanendo al primo unicamente la funzione di
rappresentanza. Plinio il Giovane, parlando dell¦atrio, lo definisce
appunto ex more veterum, secondo l'uso degli antichi.
Questo tipo di abitazione, documentato soprattutto a Pompei, raggiunse il
suo apice durante gli ultimi anni della repubblica, rimanendo in auge per
tutto l¦impero e presentando nei casi piú lussuosi anche doppi
peristili, bagni, biblioteche, criptoportici, triclini e tutta una serie di
ambienti che rivelano nei loro stessi nomi l¦origine greca. A Roma si
fecero costruire case alla moda greca Cicerone, Collido, Catturo e Crasso
sul Palatino.
Il peristilio era ricco di erbe e piante. Si prediligevano le
herbae topiariae, quelle cioè che, opportunamente potate,
permettevano al giardiniere di imitare forme geometriche o animali. La bellezza del giardino era ottenuta principalmente con
alberi ed arbusti; mirto, bosso, alloro, oleandri, platani e cipressi
facevano la parte dei protagonisti. L'acanto, l'edera ed il capelvenere si
accompagnavano alle rose; il resto era costituito da fiori di campo,
giaggioli, viole, gigli, narcisi, usati per bordure ed aiuole.
Semplici chioschi formati da un'incannucciata o piú complessi pergolati di
viti, passaggi coperti, absidi, nicchie, fontane e giochi d'acqua
completavano l'architettura del peristilio, in cui i piú facoltosi
ospitavano anche volatili, per lo piú pavoni, fagiani e colombi, come
testimoniato dalle pitture.
Nel IV secolo d.C. la tendenza all'isolamento propria della domus venne
maggiormente accentuata, facendo gravitare sempre di piú all'interno la
vita domestica e rafforzando il contrasto con le parti esterne,
caratterizzate il piú delle volte da alti muri disadorni.
LA DIVISIONE DELLA CASA. La domus non presentava l'ingresso
direttamente sulla strada, bensí a metà di un lungo corridoio
che dall'esterno conduceva all¦atrio. La prima parte di questo ambiente
era chiamata vestibulum; la seconda, interna, fauces. Il
portale, spesso monumentale, si presentava ornato con vari elementi
architettonici. Era costituito da due battenti di legno, ancorati
verticalmente a mezzo di cardini. Una cornice sagomata lo divideva in due
riquadri, di cui l'inferiore piú lungo, ornati di borchie metalliche. La
chiusura era assicurata da serrature, catenacci e sbarre interne. Diversi
erano i sistemi di funzionamento delle serrature, tutti comunque simili a
quelli moderni. Un battaglio di bronzo serviva per bussare.
Nelle case piú ricche, lungo il vestibolo si trovavano i sedili per
i clienti, i protetti del padrone di casa, che lí sostavano in attesa
d'essere ricevuti. Ad uno schiavo portinaio spettava il compito di
custodire l'ingresso. Aveva a questo scopo la sua piccola stanza nei
pressi.
Oltre all'entrata principale, ne esisteva una di servizio, posticum,
che si apriva di solito lungo uno dei muri laterali, su di un vicolo.
Era riservata al personale di servizio ed ai garzoni dei fornitori. Il
vestibolo proseguiva con le fauces, che immettevano direttamente
nell'atrio.
Intorno a questo ambiente si disponeva tutta una serie di vani, fra i quali
ricordiamo le alae, prossime al tablino e senza una destinazione
precisa. Sembra che originariamente abbiano avuto lo scopo di creare una
comunicazione con l'esterno. La casa, infatti, riceveva aria e luce quasi unicamente dall¦interno. All'esterno presentava alte e nude muraglie, con rare e
piccole finestre, disposte irregolarmente a notevole distanza dal suolo.
La maggior parte delle stanze aveva aperture che davano sui giardini
interni, corridoi o altri vani illuminati.
Ai lati del tablino erano collocate due ampie sale, generalmente aperte
verso il peristilio, mentre lungo l'atrio si allineavano altre stanze,
cubicula, destinate al riposo notturno.
Le camere da letto non avevano una collocazione precisa; ma siamo in grado
di riconoscerle perché il soffitto, soprattutto in corrispondenza del
letto, è ribassato e presenta una volta, creando in tal modo quasi una
nicchia entro cui veniva collocato appunto il letto. Talvolta davanti a
quest'ambiente si nota una specie di anticamera, nella quale dormiva il
servo di fiducia.
Il tablino era originariamente destinato alla consumazione dei pasti, come
la parola stessa suggerisce. Si presentava di dimensioni piuttosto ampie e
si affacciava lungo il lato dell'atrio opposto all'ingresso. Vi si
accedeva tramite un'apertura fiancheggiata da pilastri o semicolonne.
Non aveva una porta, bensí una tenda, alta a sufficienza per impedirne la
visione interna. Una seconda apertura immetteva nel peristilio. Nella
bella stagione tutte le aperture rimanevano spalancate, permettendo in tal
modo la visione del giardino dall'atrio.
Fra le sale dai caratteristici nomi greci, collocate nei pressi del
peristilio, la piú famosa è il triclinio. Tipica sala da pranzo,
entrò in uso quando venne introdotta la consuetudine di mangiare
sdraiati. All'inizio solo al capofamiglia era consentito di prendere i
pasti disteso, mentre la sposa sedeva ai piedi del letto ed i figli su sedie
e sgabelli, spesso servendo i genitori a tavola. Solo piú tardi le
donne furono autorizzate a pranzare sdraiate come gli uomini. A tale
proposito Ovidio ammoniva a non bere troppo: «Se gli uomini possono
assopirsi sul loro triclinio, il pericolo che una donna corre è grande.
Ella non può abbandonarsi al sonno senza esporsi a rischi. Il sonno
permette ordinariamente molte cose che offendono il pudore».
Spesso il triclinio era collocato anche all'aperto, nel peristilio, sotto
un pergolato allietato dal rumore dell'acqua di una vicina fontana.
I SERVIZI. La cucina non ebbe mai una collocazione precisa
nell'economia degli spazi domestici e neppure la dignità di una vera stanza,
destinata com'era unicamente alla preparazione dei cibi. Si trovano cosí
cucine nei sottoscala o in un angolo dell'atrio. I migliori esempi si
possono vedere a Pompei che, essendo stata una città a clima mite, presenta di
solito questi ambienti collocati in un cortile interno.
Il focolare si trovava quasi sempre in un angolo. Era costituito da un
podio in muratura alto circa un metro, fornito frontalmente di una nicchia
circolare destinata a contenere la legna. La parte superiore era
leggermente incavata e, coperta di brace, formava il piano di cottura ove
venivano appoggiati i fornelli, costituiti da treppiedi di metallo o piccoli
supporti in muratura.
A lato del focolare c'era il lavandino per rigovernare. Era foderato di un
particolare intonaco, che lo rendeva impermeabile, e dotato di un tubo di
scarico per l¦eliminazione dell'acqua sporca. Questo condotto si
ricongiungeva a quello uscente dall'attigua latrina ed ambedue si dirigevano
verso la fogna. La cucina, infatti, era quasi sempre vicina alla latrina
per poter usufruire del medesimo condotto idrico.
Pentole e casseruole facevano bella mostra sulla parete accanto al focolare.
Nei pressi era collocato anche il forno per la cottura del pane, dei dolci e degli arrosti. Nelle case piú ricche poteva trovarsi
anche un mulino per la macina del grano.
La stanza da bagno, in origine, si limitava ad un piccolo ambiente dal nome
significativo di latrina o lavatrina. Seneca (Epistulae ad Lucilium,
86, 4-12), lodando le buone abitudini antiche, descrive il bagno di
P. Cornelio Scipione l'Africano. Il vincitore di Annibale possedeva, nella
sua villa di Liternum, presso Capua, un balneolum, un piccolo bagno
stretto e buio. «Com'era antica consuetudine, si lavava dopo il faticoso
lavoro dei campi i questa stanzetta, la cui finestra aveva le dimensioni di
una feritoia, usando acqua non filtrata, spesso torbida, che diveniva quasi
fangosa dopo una pioggia intensa. Si lavava ogni giorno le braccia e le
gambe e ogni nove faceva il bagno».
Verso la metà del III secolo a.C., quando si diffuse la consuetudine del
bagno caldo, si iniziò a costruire nelle case un'apposita stanza dal nome
d'origine greca, il balneum. All¦inizío era dotato solo di una
vasca per l¦acqua calda ed un catino, successivamente l'impianto divenne
sempre piú sofisticato, imitando in scala ridotta quello delle terme. Si
ebbero cosí uno spogliatoio, apodyterium, costituito da un vano a
pianta quadrata, completo di sedili per deporre le vesti; il bagno freddo,
frigidarium, con catino circolare e vasca, a volte sostituita da una
piscina nel giardino; il bagno tiepido, tepidarium, locale simile al
precedente, fornito di piccole finestre a vetri; infine il bagno caldo,
calidarium, di forma absidata con catino nell'abside, vasca e sedili
lungo le pareti.
I soffitti della stanza da bagno erano di solito a botte, tranne quello
del calidarium, con volta a crociera. Le porte erano ad arco, a
differenza di quelle delle altre stanze che imitavano, in dimensioni minori,
quella d'ingresso.
IL RISCALDAMENTO. Da principio la casa era riscaldata semplicemente tramite bracieri di varie fogge e dimensioni, dislocati opportunamente nelle varie stanze. Verso la fine della repubblica, l'introduzione del riscaldamento indiretto, effettuato a mezzo di aria calda circolante nelle intercapedini del pavimento e delle pareti, modificò radicalmente sia la tecnica di costruzione di determinati ambienti, sia le condizioni igienico-sanitarie di chi ne usufruiva. Le stanze, infatti, erano mantenute ad un livello di calore costante, senza sbalzi di temperatura e, soprattutto, non erano piú invase dai prodotti della combustione, spesso nocivi sia all¦uomo sia, con il fumo, alla decorazione degli ambienti (Plutarco, Quaestiones conviviales, 658).
L'ideatore di questo metodo, peraltro esistente dal III secolo a.C. nel mondo greco, fu un cavaliere, già noto come imprenditore, di nome L. Sergio Orata, che l'aveva messo in pratica nelle terme di Baia, utilizzando i naturali vapori caldi di quel luogo. L'intuizione si rivelò particolarmente felice e nelle case venne cosí introdotto u apposito forno, il praefurnium, situato in prossimità della cucina o del bagno, secondo il suggerimento di Vitruvio che consigliava di accentrare il piú possibile i vari servizi tecnici ed igienici.
Questo forno era alimentato con carbone di legna e dalle sue pareti si dipartivano appositi condotti che andavano a raggiungere la parte sottostante al pavimento, l¦hypocaustum. Quest'ultimo era sospeso generalmente su pilastrini di laterizi, suspensurae, disposti a distanze regolari tra loro. Si arrivò addirittura a far uso di lastre metalliche che, collocate tra le suspensurae ed il pavimento, contribuivano ad aumentare la conduzione del calore.
L'aria calda circolava anche lungo le pareti, fornite a questo scopo di un'intercapedine comunicante col vespaio del pavimento. Si otteneva l'intercapedine usando particolari tegole, fornite di sporgenze tubolari atte a mantenerle ad una certa distanza dal muro, oppure tramite mattoni internamente vuoti ed aperti nei lati brevi.
Spesso, soprattutto all'inizio, il praefurnium era situato immediatamente al di sotto dell'ambiente da scaldare. Lo si può vedere bene a Pompei nella Casa del Centenario, in cui la costruzione del bagno, fornito anche di piscina, risale al 15 d.C. Il forno, lo stesso in dotazione pure alla cucina, era situato in cantina e riscaldava anche il bagno soprastante. Ugualmente, nella Casa del Menandro, dal bagno particolarmente ricco si accedeva ad un locale di servizio sotterraneo, dotato di forno a cupola usato anche per la cottura del pane e, non è escluso, per l'affumicamento dei vini: ricordiamo a questo proposito il fumosus Falernus.
Sempre in questa casa, la parte superiore del praefurnium si presentava chiusa da una grossa tegola che, opportunamente manovrata, consentiva la regolazione del calore. Attraverso canali verticali di comunicazione si poteva, inoltre, far arrivare anche aria esterna che, mescolandosi ai fumi troppo caldi, ne riduceva la temperatura qualora fosse troppo elevata. Era possibile, infine, chiudere completamente la parte superiore del forno, ottenendone cosí il riscaldamento attraverso la parete stessa.
Nella Villa della Pianella, già nota per un chiaro esempio di distribuzione idrica, si è conservata una caldaia per il riscaldamento dell'acqua fabbricata secondo i dettami di Vitruvio (De architettura, 5, 10): «Sopra l'hypocausis (il forno), alimentato con carbone di legna, si devono portare tre vasi di rame, uno per l'acqua calda (calidarium), l'altro per l'acqua tiepida (tepidarium), il terzo per l'acqua fredda (frigidarium), collocati in modo che, quant'è l'acqua che esce dal calidario, tanta ne passi dal tepidario nel calidario e dal frigidario nel tepidario».
La caldaia, alta complessivamente 2 metri, era rivestita nella parte bassa da una fodera in muratura avente la funzione di non disperdere il calore accumulato e, nello stesso tempo, di creare al suo interno una differenza di temperatura dell'acqua. Al di sotto era situata la bocca del praefurnium, con una tubazione per lo scarico e la pulizia dell'apparecchio. Le dimensioni della caldaia potevano essere diverse, a seconda dei bisogni dell'utente; e si poteva anche verificare il caso di piú caldaie disposte in serie l'una accanto all'altra.
Lo smaltimento dei prodotti della combustione è spesso difficile da determinare, essendo crollata la copertura degli edifici e confondendosi, nelle poche prove superstiti, con il complesso problema dell'attivazione del tiraggio e della ventilazione. In prossimità del praefurnium si sono comunque notate nelle pareti aperture che, contenenti tubi fittili in comunicazione con l'intercapedine, si dirigono verticalmente in direzione del tetto.
Un chiaro esempio di tegola a comignolo rinvenuto a Pompei, nella Casa di Giulio Polibio, presenta le caratteristiche aperture per il passaggio del fumo ed è una testimonianza preziosa per la ricostruzione del paesaggio urbano.
LA DECORAZIONE DELLE PARETI E DEI PAVIMENTI. La casa romana si presentava ricca di motivi decorativi. Anche le dimore piú modeste avevano almeno una stanza ornata con pitture, mosaici o stucchi. Le pareti rivestite di semplice intonaco ed i pavimenti grezzi erano riservati alla cucina e ad altri ambienti rustici o servili. A partire dal II secolo a.C. è possibile seguire l'evoluzione della decorazione pittorica delle pareti. Il suo sviluppo è stato convenzionalmente inquadrato in piú stili, il cui scopo è quello di riunire le varie pitture secondo le diverse tendenze stilistiche, al fine di determinarne la cronologia.
Da una austera decorazione parietale d'origine greca che, imitante la muratura esterna, evidenziava le parti strutturali degli ambienti mediante un largo impiego di stucchi colorati, si passò ad uno stile piú elaborato e sofisticato. I rilievi in stucco, ampiamente usati in precedenza, lasciarono quindi il posto ad una pittura basata su un accorto uso di luci ed ombre, in cui si affermava sempre di piú l'elemento illusionistico.
Questa caratteristica, divenuta progressivamente prevalente, dominò la finta struttura muraria delle pareti sfondando queste ultime con colonnati, podi, soffitti, secondo schemi che di volta in volta si sovrapponevano in altezza e profondità, trasformando l'ambiente in uno spazio irreale e fantastico. Si dava l'impressione di penetrare in una sorta di dimensione immaginaria, anche mediante l'apertura" di riquadri in forma di edicole e finestre che, attirando lo sguardo, lo facevano spaziare su paesaggi lontani, vedute di città, santuari campestri...
Questo mondo bizzarro introdotto fra le pareti domestiche esprimeva chiaramente la tendenza del gusto di quel tempo. Si aspirava infatti ad evadere, anche se temporaneamente, dalla realtà quotidiana, e a ritrovarsi in un universo piú felice ed attraente, secondo un atteggiamento proprio anche del mondo letterario e filosofico dell'ultimo secolo della repubblica.
Nell'ultima fase di questo stile, che è il secondo, le strutture architettoniche si trasformano in esili forme fantastiche, le colonne diventano steli, erme, candelabri sormontati da evanescenti figure (i monstra), simboli, secondo Vitruvio (De architettura, 5, 3-4), del cattivo gusto: «Si dispongono sugli intonaci di preferenza mostri invece di immagini reali di cose ben chiare: invece delle colonne si tirano su steli scanalati con foglie ricce e volute, invece dei frontoni arabeschi fasulli, e cosí candelabri che sostengono figure di edicole, con sopra ai loro frontoni, sorgenti da cespi a volute, teneri fiori e figurine che irrazionalmente vi siedono sopra, nonché gambi terminanti in figure a mezzo busto, con teste umane o animalesche. Ora, queste sono cose che non esistono e non possono esistere, e non vi furono mai... ».
Con il terzo stile si assiste alla scomparsa dell'illusione prospettica. Le pareti presentano al centro scene figurate con personaggi disposti secondo schemi che risentono dell'equilibrio classico tipico dell'età augustea. I paesaggi vengono ridimensionati, sono introdotti elementi decorativi di gusto egittizzante e si nota la tendenza ad uno sviluppo autonomo della parte superiore della parete.
A partire dall'età neroniana inizia il cosiddetto quarto stile, con d quale da un lato giungono a maturazione motivi in precedenza appena accennati, dall'altro vengono ripresi concetti decorativi antecedenti, quali le strutture architettoniche e l'illusionismo spaziale. Il registro superiore della parete acquista ampiezza ed importanza, arricchendosi di esili e fantastiche architetture. Alla piatta linearità delle decorazioni augustee subentra un marcato senso pittorico ed impressionistico. Il rosso e il nero vengono sostituiti da una policromia piú accesa, in cui il giallo e l'oro predominano, con frequenti lumeggiature di bianco. L'effetto d'insieme è artificioso e barocco.
La natura barocca del quarto stile si esprime anche mediante la decorazione a velari o tappeti, illuminandoci su un uso che aveva un puntuale riscontro nella realtà. Secondo la moda ellenistica, infatti, le pareti di alcune stanze, specialmente i triclini, erano ricoperte da tappezzerie figurate. Queste ultime non aderivano al muro, ma venivano sistemate in modo da formare larghi drappeggi che ricadevano in morbide pieghe. Nei triclini piú lussuosi erano disposti dei drappi anche orizzontalmente sotto il soffitto.
Pure nel campo della decorazione pavimentale si registrano molte differenze di realizzazione, a seconda dell'abilità degli esecutori e della disponibilità finanziaria dei committenti. All'interno di una stessa casa, dai pavimenti piú comuni consistenti in vari tipi di battuto, si passava a quelli in mosaico, bianco e nero o a colori. La costruzione di un pavimento richiedeva un'accurata preparazione. Vitruvio e Plinio il Vecchio danno precise indicazioni a proposito: «Sul fondo ben spianato ed asciugato si cominci con un conglomerato di sassi grandi quanto un pugno; poi per tre quarti di piede (circa 22 centimetri) lo si copra con il rudus, composto da tre parti di pietre ed una di calce; infine ci si spalmi il nucleus spesso sei dita (circa 11 centimetri), composto da tre parti di cocciopesto ed una di calce».
In uno strato ulteriore di intonaco fresco e calce, della stessa qualità di quella usata per le pareti, venivano tirate, tramite condomini, le linee di guida per la stesura delle tessere. Per i disegni complicati ci si serviva di righe tracciate in rosso. La superficie doveva risultare perfettamente levigata ad regulam et libellam, a squadra e a livella, e resistente. A questo scopo veniva rivestita da uno strato protettivo di calce e sabbia.
A Pompei sono stati ritrovati molti emblemata, piccoli quadri posti al centro del pavimento, ad imitazione dei dipinti. In genere la decorazione pavimentale rispecchia quella delle pareti, dalla quale è largamente influenzata, presentando cosí motivi tridimensionali e illusionistici mediante la creazione di bordi a meandro, onde, triangoli, squame o reticolato, oppure schemi a tappeto che rivestono larga parte delle superfici.
Spesso con il mosaico si segnava il posto dei mobili: una scacchiera, ad esempio, indicava la disposizione della tavola nel triclinio, un rettangolo bianco quella dell'alcova nella stanza da letto. Motivi figurati, tritoni, delfini e pesci di varia natura erano presenti nelle stanze da bagno, mentre nel triclinio si trovavano nature morte e motivi attinenti al banchetto. Nel vestibolo era frequente la raffigurazione del cane da guardia, spesso accompagnata dall'avvertimento cave canem, attenti al cane.
LA CASA POPOLARE A PIÚ PIANI. Cicerone (Pro Caelio, 7), parlando dell'appartamento che Celio occupava in una casa di cui era proprietario Clodio, per primo adopera per questa il termine di insula. La parola, indicante in origine l'area su cui sorgeva la casa, isolata dalle altre costruzioni da una striscia di terreno libero, col tempo andó quindi a significare la casa d'affitto, divisa in appartamenti, cenacula, in contrapposizione alla domus, l'abitazione signorile per eccellenza.
In realtà, soprattutto dopo le scoperte di Ostia questo termine viene usato in maniera alquanto riduttiva, unicamente per indicare le dimore a carattere piú popolare ed intensivo. Non bisogna dimenticare che proprio ad Ostia i piani inferiori delle insulae stesse paiono essere stati abitati da persone appartenenti ad un ceto medio-alto, a giudicare dall'ampiezza e dall'abbondanza o dalla qualità di pitture e mosaici.
Pare che a Roma le case d'affitto si possano rintracciare a partire dal 456 a.C. Racconta Dionigi: «I plebei si accordarono nel dividersi i lotti abitativi, ciascuno secondo i bisogni della propria famiglia; ma successe che certe famiglie, impossibilitate a costruire per proprio conto, si unirono in gruppi di due o tre o piú per costruire un'abitazione comune, in modo che una famiglia occupasse il piano terra, un'altra quello immediatamente sopra, le altre il resto dei piani».
Sulle proprietà immobiliari urbane abbiamo pochi dati. Le fonti infatti ne accennano raramente, in quanto questo tipo di investimento era considerato meno onorevole di altri piú tradizionalmente accettati. La proprietà urbana consentiva comunque rendite elevate ed i suoi detentori appartenevano ai ceti piú abbienti della società. Sappiamo che Cicerone ricavava 80.000 sesterzi annui dall'affitto di appartamenti a Roma e che le enormi ricchezze di Crasso provenivano quasi tutte dalla quantità dei suoi stabili.
Gli affitti erano dunque molto alti, spesso insostenibili, soprattutto quelli di Roma,calcolati il quadruplo di quelli delle altre città e piú di una volta si ricorreva al condono nei confronti dei piú poveri. Cesare, ad esempio, condonò un anno di pigione a coloro che pagavano non piú di 2000 sesterzi a Roma e 500 nelle altre città d'Italia. La stessa cosa lamenta Marziale (Epigrammata, 11, 83): «Nessuno abita gratis presso di te, se non è facoltoso e privo di figli. Nessuno affitta la casa, Sosibiano, ad un prezzo piú alto».
Molto praticata era la speculazione edilizia e l'avidità dei proprietari induceva spesso l'inquilino a ricorrere all'espediente del subaffitto. Ugualmente l'ingordigia di denaro faceva sí che si tirassero su in maniera alquanto precaria edifici per í quali poca o nessuna manutenzione era in seguito prevista. Plinio dichiara che Roma non poteva paragonarsi per altezza a nessun'altra città e Giovenale definisce sublime l'attico di una casa alle cui finestre si era presi da capogiro al solo affacciarsi. Rutilio Lupo, morto nel 77 a.C., aveva scritto un discorso Sull'altezza degli edifici pubblici e privati: ciò prova che già da quella data i responsabili della cosa pubblica erano coscienti dei rischi connessi a questo tipo di speculazione.
Tacito afferma che dai tetti delle insulae attorno al Campidoglio si raggiungeva agevolmente la piattaforma del tempio di Giove Capitolino. Ciò è stato dimostrato da uno dei rari insula trovati a Roma, ancora visibili ai piedi dell'Aracoeli e appartenenti ad una casa che doveva contare 5 piani. A Roma, dove la popolazione era piú numerosa che ad Ostia ed in continuo aumento, pare che sia stato consueto raggiungere altezze di 30 metri. In questa situazione, ed anche perché si continuava a costruire usando tecniche e materiali superati, molto frequenti erano i crolli e gli incendi. Durante l'inondazione del 54 a.C. molte case crollarono, avendo l'acqua del Tevere dissolto le pareti di mattoni non cotti. Bisognò dragare il fiume per liberarlo dalla massa dei detriti accumulatasi a causa degli edifici crollati. Nel 69 d.C. diverse centinaia di costruzioni, anche nei quartieri piú interni, subirono la stessa sorte. Otone, che marciava contro Vitellio, trovò la via Flaminia ingombra di macerie per 20 miglia. "Città selvaggia" è definita Roma da Giovenale.
I disagi connessi alle insulae non si limitavano al solo pericolo dei crolli e degli incendi. Nelle case dei meno abbienti che abitavano ai piani alti non esistevano, o erano ridotti al minimo, i servizi essenziali. Anche se Frontino, parlando degli allacciamenti abusivi, accenna ai cenacula, non abbiamo evidenze archeologiche relative alla presenza dell'acqua corrente perché, com'è noto, i resti delle insulae si limitano al massimo al primo o al secondo piano. Considerando inoltre le difficoltà, anche economiche, esistenti per usufruire della rete idrica si deve presumere che gli inquilini meno abbienti ne fossero privi.
Ugualmente mancavano i servizi igienici. Sono rare, infatti, le tracce di condutture discendenti che autorizzino a supporre l'esistenza di latrine. Anche per il riscaldamento ci si doveva accontentare dei pericolosi bracieri; e la preparazione dei cibi raramente avveniva in casa. La vita fra le pareti domestiche era, insomma, attraente solo per pochi privilegiati; gli altri, come sappiamo, passavano la loro giornata nelle strade e ricorrevano ai servizi pubblici per le varie necessità.
Le insulae piú caratteristiche di Ostia sono il Caseggiato del Serapide, quello degli Aurighi e la Casa di Diana. I primi due si presentano come dei vasti ed articolati complessi edilizi. Ambedue, quasi contemporanei, risalgono ai primi anni del II secolo d.C. I vari appartamenti, intervallati da tabernae, ambienti di lavoro e addirittura un edificio termale ad uso degli inquilini, si disponevano intorno ad ampi cortili porticati. Da questi ultimi si dipartivano scale per accedere ai piani superiori.
Gli alloggi erano composti da un numero variabile di stanze non differenziate tra loro, per cui, salvo rare eccezioni, è difficile distinguerne la destinazione d'uso, come nel caso della cucina che solo di rado costituiva un ambiente a sé. Tra di essi si riconosce un tipo di appartamento di tono medio, formato da un ambiente prospiciente la facciata, con funzione di centro della casa, un po' com'era per l'antico atrio, unito alle estremità a due stanze principali, convenzionalmente denominate tablino e triclinio. Questi tre ambienti prendevano aria e luce direttamente dall'esterno, mentre le camere da letto si affacciavano sul cortile centrale. t interessante notare come, esistendo la necessità di sfruttare al massimo gli spazi interni, l'insula, a differenza dell'antica domus, si apra all'esterno mediante l'uso di balconi e ampie finestre a vetrate.
La Casa di Diana è un tipico esempio di impiego funzionale dello spazio abitativo. Costruita in un'area già intensamente edificata, presenta un cortile centrale, di dimensioni ridotte, unica fonte di luce per gli appartamenti disposti su tre lati. La pianta particolare della casa, in cui molti vani risultano isolati, ha fatto supporre che le singole stanze venissero affittate a forestieri di passaggio o a gente di poche pretese.
La fontana nel cortiletto condominiale, di fronte all'immagine di Diana protettrice della casa, e la latrina nei pressi fungevano da servizi in comune. Accanto era situata una stanzetta, forse l'alloggio del portiere di questo singolare complesso.
LE CASE E L'URBANISTICA. Molto complesso si presenta il quadro dell'edilizia privata nelle città dell'Italia antica che meglio conosciamo. Non esiste infatti un prototipo di casa, bensí una molteplice varietà di modelli, corrispondenti a diversi momenti storici e, soprattutto, dipendenti da fattori sociali, economici, tecnici.
Roma, per questioni di carattere storico e geografico, ebbe una formazione spontanea e non usufruí mai di un vero piano regolatore. I suoi abitanti si affollavano nel poco spazio lasciato libero dai palazzi imperiali, dai mercati, dai giardini e dagli innumerevoli edifici pubblici, occupando appena un terzo dell'intera area urbana, costretti a concentrarsi al suo interno, sia per la difficoltà delle comunicazioni che per l'alto costo del suolo fabbricabile. La Roma di Cicerone appariva come sospesa nell'aria, per la sovrapposizione delle sue abitazioni, e quella di Augusto si elevava ancora piú in alto, a causa dell'accrescimento considerevole della popolazione.
A Cesare gli antichi attribuivano un piano regolatore generale, la Lex de Urbe augenda, che prevedeva principalmente la deviazione del corso del Tevere lungo i monti Vaticani, allo scopo di unire il Trastevere al Campo Marzio e destinare quest'ultimo alle abitazioni private. I propositi di Cesare però, anche perché troppo dispendiosi, non furono portati a termine da Augusto, che invece, piú tradizionalista, preferí lasciare la città cosí com'era, provvedendo solo a miglioramenti locali e puntando piuttosto ad una totale riorganizzazione dei servizi pubblici.
Fondamento dell'urbanistica di Augusto fu la divisione della città in quattordici regioni, mediante un equo raggruppamento di quartieri, vici, caseggiati, insulae, e abitazioni signorili, domus. Otto regioni risultarono cosí all'interno delle vecchie mura e sei fuori, di cui una, la quattordicesima, sulla riva destra del Tevere. Questa divisione rimase grosso modo valida fino al tardo impero. Benché Augusto si vantasse d'aver ricevuto una città di mattoni e di averla lasciata di marmo, non riuscí a risolvere la situazione generale di sovrappopolamento, congestione e degrado dei quartieri popolari. Paradossalmente, il merito d'aver rimediato a questa catastrofica situazione e di aver rinnovato in parte l'aspetto della città va dato a Nerone.
Il tremendo incendio del 64 d.C., che distrusse ben tre regioni augustee ed altrettante ne danneggiò in modo grave, rese possibile l'attuazione di norme secondo le quali le costruzioni irregolari venivano vietate e si doveva rispettare in altezza la doppia larghezza della strada. Furono costruiti portici, vietati i soffitti di legno almeno nei piani piú bassi e resa obbligatoria la regola di isolare gli edifici gli uni dagli altri.
Con Traiano furono emanate nuove leggi che fissavano l'altezza degli edifici in 60 piedi metri 17,83). Bisogna notare però che l'osservanza di queste norme riguardava solo il fronte stradale, non la linea arretrata degli edifici, che infatti quasi sempre nella parte interna si alzavano ancora di piú.
I QUARTIERI. Non si conosce il numero dei quartieri al tempo di Augusto ma, nel complesso, non dovevano essere di molto inferiori a 263, quanti enumerati da Plinio sotto la censura di Vespasiano e Tito, nel 73 d.C. Ogni vicus veniva posto sotto la protezione di una divinità, la cui statua era collocata in un crocicchio, compitum Larum, e governato da 24 cittadini, eletti fra gli stessi residenti, i vicomagistri, sotto la sorveglianza di due magistrati, i curatores. Nel IV secolo d.C. si contavano all'incirca 44.000 case popolari e 1800 residenze di lusso, per un totale di quasi 1.200.000 abitanti.
Tra i quartieri piú popolari c'erano l'Avventino, dopo che la legge Icilia del 456 a.C. ne aveva concesso l'uso ai plebei, il Celio in età repubblicana, l'Esquilino, il Viminale ed il Trastevere. Per la verità, non esistettero rigide divisioni territoriali: molti quartieri, come la famigerata Suburra, furono misti, altri divisi socialmente solo in determinati periodi.
Giulio Cesare, prima di trasferirsi presso la Regia nel Foro Romano, abitava nella Suburra. Mecenate, noto personaggio facoltoso, creò i suoi rinomati giardini nella parte piú malfamata dell'Esquilino. Il ricchissimo Asinio Pollione scelse come sua residenza la collina plebea dell'Aventino, Alla fine del I secolo d.C. il nipote dell'imperatore Vespasiano ed il poeta Marziale, cronicamente povero, abitavano non lontano l'uno dall'altro sulle pendici del Quirinale: il secondo in una casa scomoda e pericolante ad pirum, ossia presso il pero.
Molte strade, infatti, non avevano nome e le abitazioni non possedevano numeri civici. Si doveva perciò ricorrere a punti di riferimento noti a tutti, costituiti da statue, giardini, edifici pubblici e, spesso, insegne di botteghe. Come si sarà capito, Roma, città splendida per monumenti e polo d'attrazione culturale e civile, nondimeno appariva come una metropoli caotica, disordinata, tentacolare, unendo accanto a dimore nobili e fastose incoerenti costruzioni destinate ai meno abbienti, sordide e pericolanti, collegate tra loro da vicoli stretti e bui.
L'architettura domestica, aspetto piú di ogni altro emblematico della civiltà antica,è sede di stridenti contrasti. A partire dal II secolo d.C. l'amore per il lusso divenne l'indice del cambiamento dei costumi causato dall'influenza del mondo greco e la casa ne costituí il simbolo. I piú ricchi potevano permettersi il lusso di confortevoli e spaziose abitazioni che li separavano dalla confusione e dal caos cittadino, consentendo loro di vivere in uno splendido isolamento.
La maggioranza della popolazione abitava in piccole domus e, soprattutto, nelle insulae. All'interno delle stesse esisteva una divisione gerarchica, in base alla quale si viveva piú o meno decorosamente: c'erano infatti le soffitte, tabulata, abitate da schiavi o da persone quali i maestri di scuola, la cui opera socialmente non era tenuta in gran conto. Le cantine, fornices, i sottoscala, subscalaria, e le botteghe, tabernae, erano occupate da una quantità di persone la cui occupazione principale nel corso della giornata era quella di trovare di che sopravvivere.
Giovenale (Saturae, 3, 74-80) se la prende in particolar modo con i Greci: «Che credi che siano? Ciascuno di loro ha dentro di sé un uomo tuttofare: grammatico, retore, geometra, pittore, massaggiatore, augure, funambolo, medico, mago: tutto sa fare, questo greconzolo affamato; digli di volare in cielo e lui volerà. Insomma, era forse Mauro o Sarmata o Trace quel tale che s'applicò le penne? Era Ateniese d'Atene! ».
UN IMMENSO BAZAR. La grande abbondanza di botteghe caratterizzava l'edilizia domestica e faceva assomigliare la città ad un immenso bazar, in cui numerosi venditori ambulanti cercavano di smerciare le loro povere cose. Adibite al commercio e all'artigianato, le botteghe erano alloggiate sia all'esterno delle domus che al pianterreno delle insulae, fornite di un soppalco adibito ad abitazione-dormitorio del negoziante. Spesso le tabernae si trovano indicate con il nome di pergulae, sinonimo di tuguri.
Anche Marziale afferma, nonostante l'ostentata adulazione nei confronti dell'imperatore (7, 61): «Mercanti senza ritegno ci avevano portato via l'intera città e le botteghe non erano piú delimitate dalla soglia. Hai prescritto, Germanico (si riferisce all'imperatore Domiziano che aveva assunto il titolo di Germanico dopo i due trionfi sui Catti e sui Daci), di allargare gli angusti vicoli e quello che fino a poco fa era un sentiero, è divenuto una strada. Nessuna colonna è attorniata da catene di anfore e il pretore non è costretto a procedere in mezzo al fango e non si agita alla cieca il rasoio in mezzo alla ressa e le buie bettole non occupano tutte le strade. Il barbiere, l'oste, il cuoco, il macellaio non vanno oltre la loro soglia. Ora è Roma, prima era una grande bottega».
Tutta l'enorme moltitudine di residenti e non, si può dire che vivesse letteralmente nelle strade, assiepate di gente d'ogni stirpe e colore, proveniente da varie parti dell'impero, alla ricerca affannosa di sbarcare il lunario. Marziale cita Traci, Sarmati, Cilici, Arabi ed Etiopi. Plauto sebbene di molto antecedente ci lascia già intravedere nel Curculio (280 ssg.) una Roma ugualmente affollata, anche se solo di graeculi, termine dispregiativo colquale venivano indicati i Greci, considerati comunemente, come già visto in Giovenale, sfaccendati e ubriaconi con arie da intellettuali.
La calca era tale che si faceva fatica a camminare sul marciapiede. Dice Curculio trafelato: «Fatemi largo conoscenti e sconosciuti. Sto compiendo il mio dovere. Fuggite tutti, via di qua, sgomberate la strada. Non vorrei urtarvi nella mia corsa con la testa o il gomito o il petto o il ginocchio. Mi è piombato addosso all'improvviso un affare urgente urgente e non c'è potente al mondo che mi possa sbarrare la strada... senza che io lo getti in terra a capofitto sulla strada, fuori dal marciapiede. Questi Greci mantelluti poi, che passeggiano col capo coperto e avanzano ben pasciuti, con libri e col paniere in mano e sostano a discutere fra loro, schiavi fuggiaschi che sono, ostacoli ingombranti, pettoruti e pieni solo di sentenze. Li trovi sempre a bere nelle taverne non appena hanno arraffato qualche soldo, bevono del vino caldo con la testolina coperta, poi se ne vanno tetri come ubriachi! ».
Solo nelle ricche domus si poteva riposare in pace. Secondo Marziale, «il povero non ha un luogo per pensare o per dormire in pace a Roma». Anche la campagna poteva regalare a pochi eletti la tranquillità tanto agognata. Dice ancora il poeta (Epigrammata, 12, 18): «Mentre tu forse, Giovenale, corri qua e là senza sosta per la Suburra piena di frastuono o percorri in continuazione la via del colle di Diana, mentre ti fa vento la toga inzuppata di sudore sulle soglie delle case dei signori e ti sfianchi andando su e giù per il Celio maggiore e minore, lo sono stato accolto dalla mia Bilbili (luogo di nascita del poeta, nella Spagna tarraconese), fiera per l'oro ed il ferro, rimpianta per tanti anni che ha fatto di me un campagnolo. Qui mi trattengo pigramente e con piacevoli lavori in luoghi come Boterdo e Platea, questi sono i nomi alquanto rozzi delle terre dei Celtiberi; godo di un sonno profondo e continuo, spesso non interrotto nemmeno dall'ora terza (tra le otto e le nove), e mi riprendo ora tutto il sonno che non ho avuto rimanendo sveglio per trent'anni. Qui non si usa la toga ma mi danno se lo chiedo un abito a portata di mano tolto da una sedia mezza rotta. Al mio risveglio mi accoglie il focolare alimentato dall'abbondante legna di un vicino lecceto, e tutt'intorno gli fanno corona le numerose pentole della fattoressa... Cosí per me è bello vivere, cosí è bello morire».
OSTIA, POMPEI, ERCOLANO. La situazione urbanistica ad Ostia e Pompei era senz'altro meno caotica. Ostia, fondata da Roma in epoca arcaica, probabilmente verso il V-IV secolo a.C., presenta una rete stradale abbastanza regolare, caratterizzata dall'incrocio ortogonale di due grandi assi, intorno ai quali si sviluppò la viabilità secondaria. Importante porto e scalo commerciale, subí progressivamente nel tempo precisi interventi urbanistici volti a dare alla città nuovi spazi abitativi ed edifici pubblici consoni all'importanza sempre maggiore che andava acquistando.
Al di là di pochi resti arcaici costituiti da fondi di capanne, si assiste quindi alla creazione, in età repubblicana, delle tipiche abitazioni ad atrio destinate al ceto abbiente locale. In età imperiale, sotto la spinta del costante aumento della popolazione, si passò ad un nuovo tipo di edilizia abitativa, destinata ai ceti medi e popolari, sviluppata soprattutto in altezza. Si tratta delle famose insulae, i grandi caseggiati d'affitto a più piani, scarsamente documentati a Roma e per i quali Ostia è giustamente famosa. Accanto alle abitazioni della vecchia aristocrazia cittadina, sorgono quindi quelle della nuova classe dirigente, degli impiegati e degli operai che abitavano in prevalenza le insulae.
In parallelo, le ampie strade porticate presentano un gran numero di botteghe: ne sono state contate più di ottocento. Si tratta di locali per la rivendita al minuto, di laboratori ed anche di povere abitazioni. I portici univano all'aspetto funzionale quello di decoro ed arredo urbano, insieme ai balconi ed alle belle facciate colora rosso mattone delle case, arricchite da inserti di travertino e marmi colorati. Gli edifici si addossavano gli uni agli altri, spesso senza soluzione di continuità, formando grandi isolati. Esistevano senza dubbio vicoli ciechi, viuzze interne e cortili senza uscite, ricettacolo di diseredati e poco di buono; ma in complesso ad Ostia si riuscí ad evitare punte di vero e proprio degrado.
Cicerone (De lege agraria, 35, 96), ponendo l'accento sul disordine delle colline di Roma con le loro strade strette e tortuose, le mette in contrasto con le regolari città della pianura campana. Piú della metà dell'area urbana di Pompei è occupata dall'edilizia privata costituita da abitazioni, negozi, osterie e alberghi. Dominante è la domus, presente in numerose varianti e di cui si può agevolmente seguire l'evoluzione, mentre del tutto assente è l'insula. Lo sviluppo edilizio delle città campane venne infatti troncato tragicamente dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e si notano appena pochi accenni di quel processo che col tempo avrebbe portato alla predominanza delle case popolari.
Ad Ercolano sono presenti esempi di case povere che, costruite su aree ristrette, tendono a svilupparsi in altezza. A Pompei domina invece la casa ad atrio. L'aristocrazia locale, formata da proprietari terrieri e ricchi commercianti, abitava in case signorili, spesso enormi, fino a 3000 metri quadrati, a volte dislocate in posizione panoramica su terrazze digradanti, con ambienti di rappresentanza, giardini, portici e grandi saloni. Molte volte queste abitazioni erano fornite di botteghe sulla strada, affittate per lo piú a liberti o gestite da servi, per la vendita al dettaglio delle derrate padronali.
La classe piú modesta dei liberti, dei piccoli commercianti e degli artigiani abitava in case meno grandi, aventi una superficie variabile da 120 a 350 metri quadrati. Costoro «di fortuna modesta - dice Vitruvio - non hanno bisogno di magnifici vestiboli né di tablini o altro, poiché sono loro a far visita agli altri per mettersi a disposizione, e non viceversa».
Questo tipo di abitazione è spesso dotato di un ballatoio per gli ambienti al primo piano. Anche a Pompei lo sfruttamento dello spazio è indicativo del prezzo elevato del terreno edificabile e di quel processo che, se non interrotto, avrebbe portato alla creazione dell'insula. Si nota inoltre una precisa volontà urbanistica nell'esistenza di quartieri ed interi isolati lottizzati secondo criteri uniformi e coevi. Come a Roma, inoltre, troviamo i miseri tuguri, le pergulae di pochi metri quadrati, nel retrobottega o nel mezzanino dei negozi.